Volti diversi, allegri, sorridenti, tristi, arrabbiati, volti belli, da ricordare, da dimenticare, volti che ricordiamo o dimentichiamo, volti senza storie, oppure storie senza volti, ogni tanto volti che restano per lungo tempo o per sempre. Questo è un viaggio e la sua storia, come tante altre, come ogni viaggio, ogni storia.

Questa volta l’Africa è davvero più lontana e il viaggio assai lungo, tanto che ci tocca interromperlo per tre giorni, a tre quarti o forse più del cammino. Il posto è Sana’a, Yemen, sul lato sbagliato, per noi, del Mar Rosso. Poche centinaia di chilometri dalla meta, ma è la notte di martedì ed il prossimo volo, che sostituirà quello perso, è venerdì sera. Tanto vale rassegnarsi e godersi qualche giorno di vacanza su questo altipiano, arido come quello che ci dovrà aspettare, laggiù oltre il mare.

Mercoledì mattina ci conosciamo meglio, in uno squallido alberghetto, in una polverosa e un po’ inquietante periferia, dove, all’alba ci hanno trasportati. Gli Italiani siamo cinque, più tardi nel pomeriggio ci raggiungeranno altri due, che ostinatamente hanno rifiutato di consegnare il passaporto ad un urlante e dall’aspetto assai poco rassicurante funzionario. Lui, a quel rifiuto, si è limitato ad una scrollata di spalle invitando i due coraggiosi a sedersi, promettendo loro tre giorni di soggiorno in una squallida sala dell’aeroporto: una sorta di galera in pratica. Il braccio di ferro, dall’esito scontato, durerà una dozzina d’ore, poi i due, come detto, ci raggiungeranno.

Passiamo la mattinata in albergo, ci affacciamo ogni tanto a sbirciare la strada polverosa e poco frequentata, mentre tempestiamo di chiamate la nostra Ambasciata per chiedere un volo ed, in ogni caso, una sistemazione migliore.

La hall è deserta, i divani comodi, il tempo per due chiacchiere non manca. C’è con noi Linda, una signora di mezza età, nata ad Asmara, impegnata in importanti progetti di solidarietà. L’aspetto è gentile, l’eloquio misurato, il lieve accento romanesco piacevole, la presenza rassicurante. Davide è un ragazzo emiliano di Ferrara, la sua esse è così strascicata che potrebbe, se riuscissimo a cavalcarla, portarci a destinazione, al di la del mare. Dottore in agraria deve raggiungere per lavoro Tessenei, nel bassopiano occidentale dell’Eritrea. E’ un posto dove anche adesso, siamo alla fine di Novembre, di giorno ci sono quaranta gradi e dove la malaria lo costringe ad una pesante prevenzione farmacologica. Non è la prima volta che va li, per progettare sistemi irrigui, non sarà l’ultima. Pensa al caldo che lo aspetta, sogna, quando tornerà a Ferrara, un po’ prima di Natale, di trovare la neve a coprire i campi della sua casa nella “bassa”. Infine Renato, ingegnere Milanese,  asmarino di nascita, anche lui in viaggio di lavoro, anche lui, come noi, assolutamente innamorato di quella terra, al di la del mare che sente sua. Renato torna spesso nella sua Africa e credo non potrebbe farne a meno, anzi ne sono certo. Il nostro aspetto certo non deve essere tra i migliori, dopo una notte insonne preceduta da un giorno di viaggio, e l’alberghetto di Sana’a non è certo il posto migliore per riassetarsi. Renato è impeccabile, l’eleganza è, come il garbo, naturale, non cercata, semplicemente innata. Si parla di tutto, dall’asilo di Denden di Lidia, alle pompe idrauliche che Davide installa nel lago artificiale di Tessenei, alle lotte giovanili, insospettabili ed inattesi trascorsi politici di Renato, in una Milano da anni di piombo. E poi ancora dell’Associazione Dante Alighieri, la cui sezione asmarina è presieduta da Linda, alle specialità culinarie emiliane, sulle quali troneggia, leader indiscussa, la “salamina al sugo”: ci sembra di sentirne l’odore!. Renato sorride dolcemente, ogni tanto la risata è franca, aperta, mai irridente, sempre sincera. Colpisce questo strano gruppo, generato da una coincidenza aerea saltata, insolitamente e indiscutibilmente coeso, almeno nella stessa misura della sua etereogenicità. Nel pomeriggio arriva l’attesa liberazione, almeno per gli Italiani. La cattiva notizia è che non ci sarà alcun aereo fino a Venerdì, la buona è il cambio d’albergo: un “cinque stelle” ci aspetta in prossimità della affascinante Città Vecchia. La prospettiva dei tre giorni di vacanza dorata,ospiti della compagnia aerea responsabile del viaggio, fa apparire la prima notizia, quella del volo lontano, assai più che accettabile. Il nostro, assai eventuale, senso di colpa, è certamente messo a tacere dai ripetuti tentativi fatti, Dio ne è testimone,  per anticipare quel volo. Il giorno dopo il gruppo, più compatto che mai, è nei mille vicoli della Città Vecchia, un mondo chiassoso, colorato ed affascinante. Prima di raggiungere le mura invalicabile per le auto, abbiamo più volte rischiato la pelle, ripetutamente sfiorati ed evitati per un pelo e per caso, ne sono certo, da auto strombazzanti, lanciate a folle velocità, guidate da autisti con una guancia grottescamente deformata dal chat che tutti masticano con gran voluttà. I semafori, le strisce pedonali, i sottopassi, sembrano qui invenzioni aliene, delle quali non v’è assolutamente traccia. La Città Vecchia è un grande mercato, tortuoso ed affollato, stracarico di mercanzie, anche se l’oggetto più rappresentato, almeno un negozio su tre lo vende, è il cinturone di stoffa damascato con annessa Jambia, un enorme ed inquietante coltellaccio ricurvo, di cui ogni maschio è fornito del resto. I più costosi hanno l’impugnatura in corno di vari animali, per i veri ricchi  pare che il  rinoceronte sia d’obbligo.  Chissà quanti di quegli enormi, scontrosi ed affascinanti mammiferi sono stati sacrificati per ornare i fianchi di danarosi sceicchi. L’aria è dolce, l’atmosfera rilassata e tra una foto e l’altra è inevitabile la voglia di comprare. Per fortuna c’è Renato, che passa con incredibile facilità dall’italiano con lieve ed elegante sfumatura meneghina, ad un arabo fluente quanto concitato e minaccioso nelle accese contrattazioni. Si capisce che sono fatte più per il gusto levantino della trattativa che per il reale valore, ma, ne siamo certi, lo stesso venditore si offenderebbe se non le facessimo. Renato, come tutti noi del resto, si diverte a trattare, è evidente. Torniamo per pranzo. Il cibo in Hotel non sarebbe male se non fosse per quello stramaledetto curry che impregna ogni cosa, anche degli strani ed improbabili spaghetti, che naturalmente ci limitiamo ad osservare. La “salamina al sugo”, con due esse ovviamente lunghissime, resta un sogno che Davide ci fa accarezzare, intravedere, annusare quasi. 

Ogni volta che entriamo in albergo, scavalcando strisce chiodate, e aggirando barriere anti intrusione, passiamo sotto un metal-detector e veniamo, seppur blandamente perquisiti. Il bello o piuttosto la cosa preoccupante dovrei dire, è che la mitica Jambia, appena comperata, passa senza problemi. Qui è un oggetto personale quasi indispensabile, un orologio al polso, una catenina al collo o, al più, una cravatta. Qualche sera dopo siamo ad Asmara e il ricordo di Sana’a è già lontano, sfumato dai tanti impegni che, come sempre, fanno parte del nostro breve giorno. A cena un vecchio amico, un volto giovane e saggio, Enrico a cui la guerra non ha tolto il sorriso dagli occhi. La morte lo ha sfiorato, accarezzato, circondato, ma il suo sorriso triste ci ricorda che è solo, ancora, un ragazzo, con una vita davanti e tanto dietro.

Quasi alla fine del nostro soggiorno riusciamo a tornare a Hebo. La strada, le buche, la polvere sono sempre uguali e lungo il cammino il fuoristrada viene usato come una macina mobile per tappeti di cereali sorvegliati dai contadini ed insidiati da frotte di uccelli. I Sicomori ci aspettano, sempre uguali a se stessi, maestosi ed antichi, come questa terra, immobili nell’aria tiepida del mattino. Con noi in macchina Paola, assai più di un volto, da un anno ad Asmara dalla Sardegna. Sul viso il colore della sua terra, nell’anima il calore. Porta con se tra le tante cose un nome, forse nemmeno quello, solo un ricordo appena accennato, quello di una bimba nata diciannove anni fa e portata a Hebo perché sua madre era morta di parto. Paola porta con se queste flebili tracce e il desiderio da parte di una sorella di sapere. Ora anche noi siamo stati contagiati dalla stessa voglia.

In fondo alla valle appare il villaggio, assolato e polveroso, forse un po’ più silenzioso del solito. I bambini dietro il cancello, aggrappati alla rete metallica, o incerti nei passi nel cortile. Qualcuno si spaventa vedendoci arrivare e piange. Naturalmente contagia tutti gli altri e l’orfanotrofio risuona di urla disperate e lacrime. Le suore cercano disperatamente di riportare la calma, Paola è l’unica straniera che i bambini accettano senza problemi. Invidiamo il suo essere donna. Nelle stradine polverose non c’è la solita folla di ragazzi, ce ne eravamo accorti subito, ma il motivo è una buona notizia : le piogge, dopo anni di siccità, hanno portato un po’ di raccolto e gli adolescenti, ancora per qualche giorno, sono al lavoro nei campi. Dopo il pranzo, che come sempre riesce con la sua ricchezza a farci sentire in colpa, non a levarci l’appetito, una suora si occupa di rintracciare la “bambina” di Paola.

La ricerca è breve, il risultato triste. Maria Teresa, questo il nome impostole al battesimo, nata un giorno di Agosto del 91’, portata ad Hebo dal padre a pochi giorni dal parto costato la vita a sua madre, battezzata dopo due settimane, è morta a settembre: aveva poco più di un mese. La suora ci mostra un registro, le date in caratteri arabi ci riportano a quell’estate di diciannove anni fa, le parole in caratteri tigrini sono per noi illeggibili. Al termine delle tre righe che ricostruiscono la storia di Maria Teresa c’è una piccola croce rossa. Sbirciamo altre croci analoghe nella stessa pagina. Siamo più poveri adesso e un velo di tristezza cala in mezzo a noi. E’ il momento di tornare ed anche il cielo grigio sembra melanconico. La polvere i Sicomori senza ombra, addirittura qualche goccia di pioggia, una rarità in questa stagione, un regalo inatteso che però non riesce a farci sorridere, ci accompagnano in un silenzioso ritorno.

Domani torneremo in Italia e, come sempre, ci porteremo dietro un pezzo d’Africa nel cuore. I ricordi, i pazienti, i vivi ed i morti, le albe improvvise come i tramonti, i bambini di Hebo, i volti che hanno attraversato il nostro viaggio e che sono diventati parte della nostra vita.

Davide, con gli occhiali da sole troppo grandi, che troverà la neve a Ferrara, sognata nel caldo di Tessenei, Linda in apparenza così fragile, ma assai più forte di ognuno di noi, Renato con il suo sorriso ironico e gli occhi buoni, sempre elegante anche dopo un giorno di viaggio ed una notte insonne, Paola solare come l’Africa o forse la Sardegna, Enrico il guerriero, il soldato felice di non dover più combattere, uccidere : sono i volti e le storie che ormai ci appartengono. Ma quello che più di ogni cosa ci porteremo nel cuore è una storia; più di ogni volto che abbiamo conosciuto, uno mai visto, solo immaginato, grandi occhi neri spauriti che forse non avranno fatto in tempo a sorridere. Ci porteremo nel cuore quella storia, forse con l’illusione di strappare una bambina all’oblio e alla morte, una storia senza un volto o, meglio con un volto che ciascuno potrà immaginare. Una storia breve, un mese o poco più.

Si perché tra tutte le storie e i volti di un viaggio quello che più resterà nella mia mente è il volto sconosciuto di Maria Teresa, la bambina sepolta in un piccolo, sperduto, cimitero, in un’arida valle dell’Africa.

La immaginerò spesso e alla fine, sono certo, la incontrerò. Ma non ancora.