Diario dalla Tanzania

Introduzione

Questo breve resoconto del mio recente viaggio in Tanzania non vuole essere un report sugli aspetti tecnici inerenti la realizzazione di un Centro di Emodialisi in un luogo sperduto dell’Africa, né vuole addentrarsi nelle problematiche che ruotano attorno al Terzo Settore, dentro e fuori da quel Continente. Questo eventualmente potremmo farlo in un altro momento, nei termini e nelle sedi che riterremo opportune. Questa vuole solo essere l’occasione per trasmettere, a chi mi concederà l’onore di ascoltarmi, le sensazioni, le emozioni che ho provato nel recarmi in quella terra, nella speranza di riuscire a suscitare le curiosità e, perché no, sollecitare, chi si sentisse predisposto a farlo, a collaborare in qualsiasi modo alla realizzazione dei nostri progetti.

Era il mese di maggio del 2018 quando ricevevo una telefonata assolutamente inaspettata. All’altro capo del telefono Padre Alessandro Nava da Ikonda, Distretto di Makete, sud ovest della Tanzania. Non accade tutti i giorni di ricevere una telefonata del genere, ma la cosa più inaspettata è stata conoscerne il motivo. Da anni, più precisamente da 2005, la nostra ONLUS, che risponde al nome di ASMEV Calabria, opera in Eritrea nel campo della Dialisi, ma questa volta la richiesta di aiuto arrivava dalla Tanzania. Durante il breve colloquio telefonico apprendevo che la Fondazione della Consolata aveva realizzato un Ospedale di circa 400 posti letto in quel territorio sperduto, lontano da qualunque via di comunicazione degna di questo nome e che serve una vasta area estesa quanto la Calabria. In questo vero Ospedale di frontiera mancava un Centro di Emodialisi, per cui tutti i pazienti affetti da Insufficienza Renale, che erano ricoverati lì e che necessitavano di trattamento dialitico, erano inevitabilmente condannati a morte. La stessa domanda posta dall’Eritrea nel 2005 veniva riproposta in questo caso: è possibile realizzare un Centro di Emodialisi ad Ikonda? Non ho avuto grandi esitazioni nel rispondere che sarebbe stato possibile, sostenuto dalla consapevolezza che dopo l’esperienza in Eritrea nulla è impossibile.  Dopo una lettera ufficiale di invito da parte di Padre Alessandro Nava, Amministratore dell’Ospedale, a recarmi lì iniziavano i preparativi per la partenza, che andava pianificata adeguatamente, considerato che il viaggio sarebbe stato lungo e disagevole. Il 24 settembre 2018 partenza dall’aeroporto di Lamezia, un bagaglio da spedire, lo zaino in spalla con dentro il portatile e la macchina fotografica pronta a cogliere le immagini più suggestive, scarpe da tennis e abbigliamento da globetrotter.  Arrivato a Roma, dopo aver superato i controllo di routine, imbarcavo per Istanbul. Sosta di qualche ora in quell’aeroporto crocevia di una multietnica umanità, crogiolo di destini, di credo religiosi, di differenti culture. Dopodichè partenza per Dar es Saalam, Capitale della Tanzania. Dopo sette ore di volo, attraversando alla volta dell’emisfero Australe l’Equatore, arrivavo in un altro mondo. La vista, il fiuto, tutti i sensi, abituati per consolidata esperienza e per ovvii motivi di sopravvivenza ad allertarsi, già lo descrivevano diverso dai frames scattati fino a qualche ora prima, lontano dai nostri canoni cosiddetti normali. Ero finalmente ritornato, dopo qualche anno di assenza per problemi familiari particolarmente complessi, in quel mondo, l’Africa, terra che è capace di farsi amare perdutamente, nonostante i grandi sacrifici ed i pericoli che ti pone davanti. Oppure odiare, così come è capitato a molti nostri colleghi che non hanno retto l’impatto e sono andati via senza più ritornare. L’Africa è così. Ovvii motivi di sicurezza imponevano la presenza di un uomo di fiducia sul posto, inviato da Padre Alessandro, il quale aspettava pazientemente all’uscita dall’aeroporto con il classico cartello in mano “dott. Amendola”. Senza troppi preamboli, come se ci conoscessimo da tempo, intavolavo con lui un intenso colloquio alimentato dalla mia sete di sapere, capire dove ero, che aria tirava lì. Il mio giovane accompagnatore non si faceva pregare rispondendomi con dovizia di particolari, mentre mi trasportava alle tre di notte presso l’Albergo dove avrei pernottato prima di continuare il viaggio. La stanchezza aveva il sopravvento per cui cadevo in un sonno profondo non appena steso su un letto e delle lenzuola che non sarebbero nemmeno pensabili per un occidentale che si rispetti, ma io non sono uno di quelli! Il mattino successivo al mio risveglio mi affacciavo alla finestra, dalla parte interna a causa delle presenza delle grate metalliche di protezione, per capire in che contesto mi trovavo. Baracche con tetti di lamiera come abitazione, baracche con tetti di lamiera come negozi, parrucchiera, internet point, casalinghi, abbigliamento, fruttivendolo, officina e tutto il resto, le stesse attività dei cosiddetti paesi evoluti, ma all’interno di baracche, con il tetto di lamiera! E poi la strada sterrata, rosso ocra, segnata profondamente dalle piogge, palme, banani, gente che va avvolta negli improbabili vestiti, bambini mezzi nudi, grida, confusione. Niente di nuovo, ero in Africa, quella vera, quella dei sette milioni di abitanti della capitale, distribuiti su un territorio grande quanto una provincia italiana, senza grattacieli, centri commerciali o cose simili. A dire il vero ho avuto modo di intravvedere qualche palazzo di nuova costruzione in centro città, chissà forse un giorno le baracche lasceranno il posto ai palazzi. Ma il tempo è sempre tiranno e anche in quell’occasione volava via veloce, era già l’ora di riprendere il viaggio verso chissà dove. Ma lo spirito era carico ed ansioso di sapere, per cui senza indugio riprendevo le mie cose e mi riconsegnavo fiducioso al mio amico, ormai, Said. Un breve tragitto in auto, un saluto affettuoso ed un arrivederci, battendo la mia spalla destra sulla sua, quindi ancora una volta da solo. Ancora una volta aeroporto, controlli minuziosi e snervanti, il più delle volte senza senso, quindi un bimotore ad elica e via verso Mbeya, ultimo avamposto della civiltà sui monti Livingstone, si proprio lui il famoso esploratore inglese che per primo pose piede in quella terra struggentemente dura e selvaggia.  Due ore di volo sorvolando in stile “La mia Africa” (molti avranno visto questo film) dapprima le palme, poi la savana arsa dal sole, poi i primi monti ed il primo verde, infine, dopo due ore di volo, la pista su un cocuzzolo che se arrivi un po’ più veloce finisci sotto nella scarpata. Finalmente Mbeya, un capannone e l’aeroporto finisce lì, intorno le montagne. Stesso copione all’uscita, autista inviato da Padre Alessandro, il quale non fa fatica a riconoscermi anche senza cartello, sfido io, un bianco in mezzo a loro, non può essere che “dottor Giovanni”. Faccio conoscenza, poi durante il tragitto amicizia anche con Salomon e via, quattro ore di fuoristrada da campionato del mondo (di fuoristrada ovviamente). Si continuava a salire su fino a 2800 metri, poi un po’ più giù a 2500, fra montagne, boschi di pini americani (importati e che hanno invaso quelle montagne), boschi di bambù dal tronco grande come un pioppo, quindi polvere, buche profonde un abisso, moto che ci incrociavano a velocità folle attraversando le nuvole di polvere che lasciavamo al nostro passaggio, ma di Ikonda niente per quattro interminabili ore. In tutto questo non ci facevamo mancare l’attraversamento della Rift Valley, terrificante frattura della crosta terrestre. Alla fine, al calar della sera finalmente qualche baracca, quindi il corso principale con i negozi (sic!), le solite baracche, la polvere, i bambini, la donne vestite dei loro vestiti colorati, spesso di etnia Masai (i cosiddetti Vatussi), le moto che sfrecciavano veloci sullo sterrato, quindi il cartello Consolata Hospital Ikonda. Padre Alessandro accompagnato da Manuela, la Farmacista factotum, vicedirettrice, insostituibile macchina da guerra in quella babele umana di gente che ha bisogno disperatamente di aiuto, mi aspettavano davanti all’ingresso. Un saluto, una domanda su com’era andato il viaggio e se io stavo bene, quindi senza troppi fronzoli, essendo ormai le sette, mi invitavano a sbrigarmi, a riporre il bagaglio, darmi una sciacquata e andare in refettorio. Lì funziona così, cena alle sette, tutti insieme con gli altri medici volontari presenti nell’Ospedale. Salomon mi accompagnava nella stanza a me assegnata, portandomi la valigia in segno di rispetto nonostante io mi dessi da fare per impedirglielo, nella guest house costruita ad hoc da Alessandro. Facevo del mio meglio per sbrigarmi e per andare a cena. L’accoglienza da parte degli altri, alcuni lì già da lungo tempo, come sempre accade in questi casi era calorosissima. In particolare con sommo stupore incontravo Sandro (Calisti) prof. di Chirurgia Pediatrica di Roma, che avevo conosciuto ad Asmara tanti anni fa. Il mondo è davvero piccolo. Cena frugale ma squisita, preparata da due spettacolari donne del luogo da tempo a servizio in quel posto. Dopo aver sparecchiato ognuno per se stesso e riposto diligentemente nell’apposito sacchetto personalizzato il proprio tovagliolo, era il momento di recarsi nel salotto della residenza di Alessandro per vedere un po’ di televisione (un solo canale Italiano), ma più che altro per parlare di tutto, per commentare gli avvenimenti della giornata, programmare altri viaggi, altre missioni africane, il lavoro di domani, parlare di un intervento difficile, del bambino appena operato e che non si sa se arriverà a domani (purtroppo non ce l’ha fatta!), raccontarsi di amici sparsi qua e là nel mondo, con estrema semplicità, non come se fossi lì da un’ora, ma come se fossi stato con loro chissà da quanto tempo. Anche questa è magia! A letto alle nove, la fatica che non ti perdona e quindi finalmente il sonno ristoratore. Ma chi mi conosce sa che oltre le cinque del mattino non vado, per cui come sempre a quell’ora mi svegliavo il mattino successivo, già carico e pronto per iniziare il mio lavoro. Alle sette, puntuali, colazione insieme nel refettorio, a base di latte, “d.o.c.g.” perché le vacche sono quelle dell’Ospedale che girano tutto il giorno fra i vari loft della guest house, brucando la profumata erba verde del giardino che si estende tutto intorno. Sfido che il latte era così buono! La giornata e quelle successive hanno avuto tutte il loro andamento regolare, scandito dagli orari del lavoro in Ospedale, dagli orari del refettorio, della televisione e del raccoglimento nella propria stanza per pensare, riflettere, scrivere. Dopo un paio di giorni trascorsi a prendere visione della realtà di quell’Ospedale, dove mediamente sono degenti 400 pazienti al giorno, dopo aver raccolto tutte le notizie possibili sulla realtà operativa, sulla tipologia di prestazioni, dopo aver dialogato con tanti colleghi residenti e volontari lì presenti, iniziavo ad elaborare il progetto per la costruzione del Centro di Emodialisi. Trascorrevo almeno due notti insonni, visto il poco tempo a mia disposizione, per elaborarlo, dopo aver aggiunto e limato più volte qualcosa al testo ed ai calcoli, ma alla fine il progetto era pronto a partire dall’individuazione del posto dover realizzarlo, fino al programma di training per il personale medico ed infermieristico, passando per l’impiantistica, le apparecchiature e tutto il resto. Lo sottoponevo ad Alessandro (che nel frattempo era diventato confidenzialmente Sandro), il quale, non lo nego, un po’ incredulo per il fatto io fossi riuscito a concretizzare la cosa, lo sottoscriveva senza battere ciglia. Venivo a sapere poi che qualcuno, probabilmente un Cattedratico, prima di me si era cimentato in questa impresa, rinunciando, anzi asserendo che dal suo punto di vista la realizzazione di un Centro di Dialisi in quel contesto era praticamente impossibile. Io la vedevo diversamente e glielo avevo messo per iscritto. Ma nel frattempo, non perdendo un attimo, sfruttando qualunque seppur minima occasione, cercavo di entrare sempre più a fondo in quella realtà fatta di gente che vive di poco, spesso di niente, che affrontando viaggi lunghi e faticosi, che si rivolge fiduciosa a quell’Ospedale con la speranza di trovare cure adeguate. Per descrivere quello si vede e che si sente in posti come questi non basterebbe un libro. Vedi di tutto e il cuore ti si stringe ogniqualvolta perdi un paziente, giovane o vecchio che sia, consapevole che qui da noi le sue possibilità sarebbero state ben altre. Il discorso sulle cause, sul perché quei popoli sono ridotti in quelle condizioni, richiederebbe ben altro spazio e sede, tuttavia non è detto che non se ne possa o peggio non se ne debba parlare. Tutto il contrario. Certamente troveremo l’occasione per farlo.

Quelle persone giacciono in un letto aspettando che i familiari preparino loro il pasto (l’Ospedale, non è in condizioni economiche di erogarlo a proprie spese) in pentoloni comuni posti in delle baracche costruite all’uopo da Sandro, oppure aspettando le lenzuola pulite dopo che sempre quelli gliele lavino (lavanderia assente per gli stessi motivi), altro che malasanità a tutto vantaggio delle multinazionali delle Assicurazioni.  O pensi al confort alberghiero o compri le medicine! Le persone che stanno lì non aspettano il momento giusto per denunciarti e chiederti il risarcimento del danno, anzi ti sono grate silenziosamente per quel poco che riesci a fare con il poco che hai a disposizione, perché quello che noi giudicheremmo insufficiente per loro fa la differenza fra vivere o morire. E questo pudico senso di riconoscenza lo cogli nei piccoli, grandi, gesti di cui tutti sono capaci. Un pomeriggio avevo voglia di dare uno sguardo fuori dal perimetro dell’Ospedale, volevo avere un contatto con qualcuno che non fosse un ricoverato, per cui mi avventuravo per la strada che si dirama dall’ospedale verso le montagne, per dare un’occhiata lì dove ci sono i negozi-baracca-tetto di lamiera. Non voglio descrivere cosa si vendeva, ve lo lascio solo immaginare, ma vorrei raccontare un fatto accadutomi personalmente. In una di queste baracche alla ricerca di qualche souvenir, trovavo una ragazza dal sorriso radioso, che scoprivo essere la moglie di un infermiere dell’Ospedale. Ovviamente lei già sapeva chi io fossi. Alla mia richiesta di qualche souvenir mi mostrava dei magnifici vestiti (teli!) Masai, ne acquistavo qualcuno, ma rimanevo colpito da un braccialetto che lei aveva al polso e che ai miei occhi sembrava bellissimo, per cui chiedevo se ne avesse qualcuno uguale da vendermi. Purtroppo non ne aveva trattandosi di un articolo che solo i Masai delle tribù che vivono ai piedi del Kilimangiaro realizzano. Se avessi avuto la pazienza di aspettare un paio di settimane me ne avrebbe procurato qualcuno. Rispondevo che sarei dovuto ripartire dopo qualche giorno, con mio sommo dispiacere. A quel punto accadeva una cosa che ancora oggi mi turba, si toglieva il braccialetto dal polso e lo infilava nel mio. Lo aveva fatto con un sorriso, una spontaneità, una delicatezza di cui forse noi occidentali non siamo più capaci. Francamente ero senza parole, cercavo in tutti i modi di pagarla, ma non c’era niente da fare, quello era un suo regalo. La ringraziavo inchinandomi e mostrandole tutta la mia riconoscenza, dandole appuntamento alla prossima missione. Il braccialetto da quel momento è al mio polso e lì rimarrà. I giorni volavano via veloci senza lasciarmi un attimo di respiro, senza la possibilità di capire in quel  momento cosa mi stesse accadendo. Trascorrevano fra colloqui con colleghi, consulenze sui pazienti ricoverati (peccato non poter disporre della dialisi, quella giovane puerpera con l’Eclampsia e il blocco urinario non sarebbe andata incontro a morte certa lasciando da solo il proprio bambino!), lezioni del Dentista, Volontario, Romano, disperatamente innamorato di quella terra, sull’uso dello spazzolino da denti a quei pulcini neri accuditi amorevolmente dalle Suore della Consolata, progetti per il futuro. Arrivava la mattina del giorno del commiato. Anche in quel caso niente fronzoli, una colazione frugale, una foto con Sandro e Manuela, l’unica per suggellare il nostro incontro, l’autista pronto che caricava il mio bagaglio sul fuoristrada, un saluto veloce ai colleghi già in tenuta da lavoro, quindi il viaggio sullo sterrato verso l’aeroporto di Mbeya dove avrei iniziato il percorso a ritroso verso il cosiddetto mondo evoluto. Dar es Salaam, l’occasione era troppo ghiotta per non approfittarne per soddisfare la mia insaziabile curiosità. Era quasi sera e però avevo un giorno e mezzo a disposizione prima di ripartire per l’Italia, quindi immediatamente chiamavo il mio “amico” Said (ovviamente mi ero fatta dare all’arrivo il suo numero di telefono) e gli chiedevo se fosse stato disponibile a tenermi compagnia per un tour automobilistico nella città. Avrei potuto farlo anche da solo, ma le notizie che avevo raccolto non erano poi così rassicuranti. C’era il rischio concreto, specialmente nelle ore notturne, di trovarsi con un coltello alla gola per pochi spiccioli, o peggio vedersi tagliare il braccio per un orologio. Meglio Said quando ancora non hai capito bene i limiti e le contromisure da adottare. E’ già successo in Eritrea. Man mano che prenderò confidenza con il posto tutto sarà più semplice, ma all’inizio è regola essenziale capire dove sei. All’ora convenuta iniziava il tour che mi avrebbe permesso di conoscere una città affascinate, piena di contrasti, piena di vita. Giovani che vogliono vivere, musica che ti coinvolge senza che tu te ne accorga, ritmi ancestrali, amicizie che si creano senza alcun preambolo a retropensiero, europei, asiatici, locali tutti insieme davanti ad una birra, ad un piatto di pesce appena pescato. A proposito di pesce, passando per il museo della storia della Tanzania, dove campeggiava ancora una volta lui, Livingstone, il mattino dopo, finalmente a piedi da solo per le strade, mi recavo, con l’inevitabile ausilio di Google Maps, al mercato del pesce, meraviglia e vera essenza della vita quotidiana di quelle genti. Odori, che eufemisticamente definirei fortissimi, colori intensi e vivi, urla di una moltitudine ondivaga di persone, rimanevo incantato scattando e riprendendo tutto ciò che riuscivo a catturare. La giornata, dopo un lunghissimo giro a piedi per la città, inesorabilmente, volgeva al termine, ma avevo tempo fino alle due di notte prima di dover salire sull’aereo che mi avrebbe riportato a casa. Richiamavo Said per sapere se ci saremmo potuti concedere un altro tour notturno della città. Ovviamente mi rispondeva di sì, quindi alla solita ora ripartivamo, questa volta con la magnifica sensazione di essere già un pò padrone del territorio. Quelle poche ore disponibili volavano via in un batter d’occhio, bisognava tornare in albergo, caricare il bagaglio, andare veloci fino in aeroporto, erano quasi le due. Un saluto, anzi un arrivederci, a Said, poi i controlli, la dogana, l’imbarco, il viaggio a ritroso, lo stesso dell’andata, verso l’Italia.  Addio, anzi arrivederci, terra violentata, magnifica e struggente, degna di esser stata la culla dell’uomo.