Il colore è l’azzurro pallido dell’alba sull’altipiano, fresco ed asciutto, pulito dopo la pioggia che ogni pomeriggio bagna la terra assetata. Il colore è il marrone dei campi arati, quasi neri, come lo è la terra gonfia d’acqua. Il colore è il rosso cupo della ruggine di cimiteri d’auto e camion, delle carcasse dei carri armati, fusoliere ed ali grottescamente intrecciate, impietosi monumenti a ciò che è stato, a ciò che avrebbe potuto essere. Le periferie in fondo sono tutte uguali, tristi e disadorne, sporche, disordinate. Solo che qui il livello è diverso e il degrado è un ulteriore abbandono rispetto ad una miseria già evidente nel centro della città. La povertà al quadrato è la sua triste metafora matematica.

La strada corre verso Sud, lungo il margine orientale dell’altipiano, accidentato e sassoso, interrotto ad ogni passo da ripide, basse colline che il nastro grigio con puntigliosa e disarmante regolarità aggira con mille e mille curve. A sinistra, ogni tanto una stretta gola ci rivela il dorso di tappeti grigi di nuvole basse, che nascondono i bassipiani verso il Mar Rosso. L’asfalto è sottile, appena spalmato sul dorso duro dell’Africa Orientale, non riesce ad attutirne le asperità, che avvertiamo impietose su di noi, cosparso di ciottoli e sabbia, sembra quasi soccombere ad una natura indomita  destinata a riprendere subito il sopravvento. Il viaggio è già duro e siamo in realtà nella sua parte migliore, la prima tappa di quaranta chilometri. Decemhare, si scrive così, si pronuncia Decamerè, ma bisogna sentirlo quel suono musicale e gentile, la emme aspirata dolcemente, come solo i Tigrini dell’altipiano sanno fare.

Quarantamila anime in una conca assolata ed arida, una fila di case basse lungo la strada asfaltata, una folla senza ordine apparente di abitazioni, tra viottoli sterrati a contornarle : questa è Decamerè. Al margine dell’abitato, in uno spiazzo lievemente rialzato le Suore della Carità mi mostrano la prima delle gemme, nemmeno la più preziosa, che hanno costruito in questa terra dolce e dura allo stesso tempo. La scuola di Decamerè è di un colore indefinito, tra il grigio e l’azzurro. Come una nuvola bassa, poggia sulla collina appena accennata, il tetto è di lamiera, la costruzione quadrangolare racchiude un ampio cortile, trasformato al centro in un tripudio di colore dai coloratissimi fiori di bouganvillae e di altre piante rigogliose. Sul cortile si aprono le aule delle otto classi della scuola elementare e media. Sono quasi le nove del mattino e la scuola è in piena attività, come dimostra il silenzio, appena interrotto, di tanto in tanto, da un sommesso brusio o dalla voce più forte di qualche insegnante. Entriamo in qualche aula, i bambini, tutti con la maglia dello stesso colore, diverso nelle diverse classi, scattano all’unisono ed il coro del buongiorno è perfettamente coordinato. Un edificio separato accoglie le tre classi  della “Materna”, il cortile di sua competenza è punteggiato da scivoli ed altalene, polverose, ma in buono stato. L’immancabile ed assolato campo di calcio completa il complesso. Fuori, vicino ad un solitario, immenso sicomoro c’è il pozzo, il polmone, l’arteria dell’istituto. Lunghi, possenti tubi neri convogliano l’acqua preziosa al suo interno. Il brusio delle pompe è una musica dolce. Quando ripartiamo il gigantesco fuoristrada Toyota è assai più leggero; alla scuola abbiamo lasciato un po’ di tutto, che qui vuol dire tanto.

Su una scatola di cartone una mano aveva annotato, con certosina pazienza e precisione, il tipo di sandali, i numeri, le ciabatte di gomma o di cuoio, contenuti all’interno. La strada sale leggermente, nella valle luminosa dietro di noi Decamerè è già un dolce ricordo, mentre l’asfalto sempre più sottile e accidentato sembra sbiancare sotto il sole. Mentre proseguiamo verso Sud, sembra di viaggiare nel tempo e tra colori sempre più tenui nella luce accecante.

Segheneit è un piccolo villaggio, poche case in muratura, intonaci cadenti, crepe lungo i muri, polvere che il vento secco infila in ogni dove. Ci fermiamo davanti ad una porta; di fronte un ampio spiazzo sterrato è una stazione di autolinee; bus di epoca e colore indefinibile, donne in fila con un bambino trattenuto dallo scialle sulle spalle e ceste ricolme sulla testa. Dalla casa un ragazzo aiuta il nostro autista a scaricare l’ultimo carico: due bombole del gas, che il bagagliaio ormai vuoto lasciava libere di scorazzare ad ogni curva,  a ogni dosso. Non sentiremo certo la mancanza dell’inquietante rumore dei cozzi. 

Subito dopo il villaggio, all’ombra rada di un boschetto di acacie l’ultimo controllo. Un cartello ci avverte che sulla bassa collina riposano i martiri della guerra di liberazione; i soldati sono stanchi, nervosi, il controllo frettoloso e senza sorrisi. Poi, d’improvviso lasciamo la strada e la pista si inoltra nella valle dei Sicomori. I grandi, maestosi alberi sono macchie rare di verde tra  basse colline aride e grandi massi levigati dal vento. Il sentiero piega dolcemente per evitare il letto disseccato di qualche uadi, mentre siamo bruscamente fermati da una sparuta mandria di buoi dalla gobba che, indifferenti, non ci degnano nemmeno di una occhiata, mentre faticosamente ci apriamo la strada. Del pastore non v’è traccia apparente, ma, siamo certi, è lì vicino a sorvegliare la sua grande ricchezza.

Poi anche i Sicomori scompaiono e solo pochi spinosi cactus ci fanno compagnia tra le brulle pietraie. La pista assai più accidentata scende tra ripide scarpate mentre il paesaggio, sempre più arido, acquista colori velati e tenui. La polvere che solleviamo, quasi immobile, ci aspetta al tornante successivo, quasi a vendicarsi dello sconvolgimento che apportiamo con la nostra rumorosa invasione. Poi, d’improvviso in fondo ad una vallata, Hebo. Almeno così ci assicura il nostro autista, perché da qui riusciamo solo a scorgere i colori pastello della Chiesa, la sottile guglia del Campanile. Le capanne, lo scopriremo presto hanno gli stessi colori della collina. Negli ultimi chilometri corrono al nostro fianco, vocianti e sorridenti, giovanissimi bambini pastori. Scalzi evitano saltando le pietre più aguzze, ma non dubito che sono da tempo immuni ai loro insulti. Hebo è la fine di un viaggio iniziato una decina di giorni prima, in una serata inaspettatamente gelida, sull’altopiano di Giza. Ci eravamo conosciuti per caso, in una sala affollata e vociante dell’aereoporto del Cairo, mentre ci preparavamo, rassegnati, ad una lunga attesa, sette ore, del nostro volo per Asmara. 

Non ci era parso vero, quando un giovane e sorridente funzionario della Compagnia egiziana ci aveva offerto un diversivo, uno spettacolo alle Piramidi, per ingannare, e che inganno sarebbe stato, l’attesa. 

Ovviamente tutti abbiamo accettato ed in pochi minuti, in cinque, ci siamo ritrovati nel caotico traffico del Cairo, su un nuovissimo e comodo shuttle verso la nostra meta. 

Loro due giovani donne campane, con un lieve accento nella voce, che dava un sapore particolare a quel nome ascoltato per la prima volta nel caos della Capitale d’Egitto: Hebo. 
Laura, la più giovane, Locandiera, come lei stessa con orgoglio rivendica, a Canale, vicino Avellino, con i suoi splendidi colori di grano maturo, con la sua risata piena, coinvolgente, gli occhi dello stesso colore del Mediterraneo appena sorvolato.
Antonietta, bionda anche lei, Biologa a Caserta, dal tratto gentile, dai modi pacati e dal sorriso dolce.
Sono state loro a parlarci dei bambini di Hebo, delle Suore, dell’orfanotrofio, della clinica vuota.
Loro, davanti alle tombe dei Re della IV dinastia, mentre i fasci di luce ogni tanto illuminavano il sorriso della Sfinge, a raccontare la straordinaria quotidianità di un villaggio, che abbiamo sentito, da subito, un po’ nostro. 
Davanti a noi i giganti del deserto, Chefren dietro la Sfinge, a destra, più vicina all’anfiteatro ed ancora più maestosa Cheope, più discosta sulla sinistra l’elegante sagoma di Micerino. Il cielo sopra di noi affollato di stelle, in alto, verso Nord, la Cintura sembrava insolitamente vicina.
Orione si specchia nelle Piramidi, che sembrano raggiungerlo, perlomeno indicano la via per farlo, rendendo immortali, come avevano progettato, i Re d’Egitto, così lontani, già vecchi per Alessandro e Cesare, ma così vicini grazie alle straordinarie pietre di Giza.
I primi bambini erano dietro una grata, il cancello dell’orfanotrofio, le piccole dita tra le maglie della rete di ferro, dipinta d’azzurro, i volti curiosi più che impauriti, si affollavano cercando di sbirciare al di sopra della testa dei più fortunati in prima fila, i più piccoli si infilavano tra le gambe dei grandi, raggiungendo dal basso la meta. Le Suore avevano da poco completato la distribuzione del cibo per tutti i bambini di Hebo, circa trecento, in un cortile attrezzato, ordinato, tappezzato di ghiaia. Un piatto di pasta per tutti, comprese le mamme con neonati, cui spetterà il compito di trasformarlo in latte. E’ un dono che viene da Prato, per  Hebo, previsto per soli centocinquanta bambini, la naturale generosità delle porzioni toscane e i virtuosismi delle Suore lo fanno bastare per tutti. 
Per molti di loro quel piatto di pasta, mangiato con le mani, nel lindo cortile dell’orfanotrofio, è la differenza tra vivere e morire, un sottile confine, una esile barricata di spaghetti. L’orfanotrofio profuma di bambini, tra ampi corridoi, l’infermeria, il refettorio, il bagno comune dove, dopo mangiato tutti quelli che camminano si recano portandosi dietro il proprio, coloratissimo vasino. Ne ho visitati tanti di quei bambini, eccitati, curiosi, mai impauriti se non per qualche istante, sorridenti mi mostravano la bocca con pochi denti ancora.  Gli orfani sembrano i più fortunati ad Hebo, hanno un tetto, cibo sufficiente, vestiti decorosissimi, hanno chi li lava e provvede alle mille necessità di un bimbo che ha meno di tre anni.

Hanno chi li guarda con amore, magari giunto da lontano, da un frammento di mondo, un angolo d’Italia, la Campania di cui non sanno nulla e che, quasi certamente, non vedranno mai. Laura e Antonietta le ritroviamo lì, dopo la sera alle Piramidi, tra le Suore della Carità, due Angeli biondi, con mille figli neri. Quando i bambini compiono tre anni vengono affidati ad una coppia eritrea. Funziona splendidamente il meccanismo dell’adozione a distanza e i trenta euro al mese, che spettano ad un bambino adottato, per i contadini e i pastori di Hebo saranno una dote, che servirà a tutti i componenti della sua nuova famiglia. Le Suore mi portano, sotto un sole cocente, a visitare la “clinica”. E’ un edificio quadrangolare ad un solo piano, che delimita un cortile interno. La targa ci ricorda che è un dono che viene da Vicenza, le stanze sono pulitissime e mestamente vuote. Qualche brandina, una scrivania, un “letto ginecologico” dove una suora e il guardiano aiutano le donne a partorire, una piccola ed assai povera farmacia. Sul tetto un pannello fotovoltaico, insolita nota di modernità, alimenta un piccolo frigo che custodisce un dono prezioso : vaccini. Un manifesto sul muro descrive, in Italiano, il ciclo dell’Anofele e del Plasmodio, a ricordarci, se ce ne fosse bisogno, un’altra piaga di questa terra, oggi per fortuna in grande calo, la Malaria. 
Credo di essere stato il primo Medico a varcare la soglia della “Clinica di Hebo”, ho promesso loro che non sarò l’ultimo. E’ un impegno che abbiamo preso Francesco ed io solo guardandoci negli occhi, guardando Laura e Antonietta, guardando quel lettino ginecologico e gli occhi degli orfani delle madri morte al parto. Francesco è il tecnico che da sempre mi segue in questa bella avventura, nulla di quanto è stato realizzato sarebbe stato possibile senza di lui. Poi tutto procede rapidamente, il pranzo, rigorosamente di magro, siamo in un Venerdì di Quaresima, la doverosa visita alla Chiesa, un altro caffè e poi, prima di ripartire, ad una mia considerazione con Francesco circa l’impossibilità di comunicare con l’Ospedale ad Asmara, mi sento rispondere che forse è possibile. C’è nel villaggio un punto, misteriosa ed imprevedibile confluenza di onde elettromagnetiche, dove c’è campo per un telefonino.

La “cabina telefonica” è contrassegnata da due pietre sovrapposte, mi tocca salirci sopra ed in precario equilibrio, riesco davvero a telefonare. Non chiedo, non oso, come sia stato scoperto quel punto da dove un misterioso etereo cordone parte per unire Hebo al resto del mondo. Nel pomeriggio ripartiamo, ci arrampichiamo di nuovo verso l’altopiano, tra aride pietraie e uadi da troppo tempo in secca. La luce del meriggio trae nuovi contorni dai Sicomori. Tra un po’ la pista cederà il passo all’asfalto, saremo a Segheneit e poi a Dekamerè, con il suo Ospedale, la Scuola. Dopo solo un’ora saremo ad Asmara e ci sembrerà un altro mondo, persino la povera, piccola città dell’altopiano orientale. Solo tra un po’, adesso siamo ancora a Hebo, tra i suoi bimbi, i suoi angeli. E quando saremo lontani da loro, inizieremo subito a pensare al nostro ritorno.